Un dibattito nell’ambito del festival dell’Economia, 
la disponibilità di Federico Rampini.
Da quando le truppe di Mao sono entrate in Tibet – nel 1950 – il popolo tibetano lotta per preservare la sua cultura e la sua identità. Il carattere di questa lotta è non-violento e il Dalai Lama, leader ad un tempo politico e spirituale del popolo tibetano, continua ad insistere per aprire un dialogo “vero” con la Cina, che porti all’unica soluzione realistica: un’autonomia del “Paese delle nevi”. Ma perché questi tentativi vengono continuamente frustrati? Se n’è parlato in un incontro introdotto dal giornalista e scrittore Federico Rampini, a cui hanno preso parte il presidente dell’associazione Italia-Tibet Günther Cologna e Sonam Frasi del Parlamento tibetano in esilio.
Rampini nella sua introduzione ha dato una risposta di carattere storico: la Cina si è accorta dell’importanza strategica del Tibet agli inizi del ‘900, in un’epoca in cui il Paese, un Impero millenario, era estremamente vulnerabile e pativa profonde umiliazioni da parte delle altre potenze, vicine e lontane. Dopo la breve spedizione militare inglese a Lhasa – la capitale del Tibet, dove risiedeva il Dalai Lama con la sua corte – Pechino si rese conto che il Tibet andava preservato dagli appetiti degli stranieri, rappresentando una “porta d’ingresso” verso la stessa Cina. Da allora Pechino si tiene ben stretto il “Paese delle Nevi” e tende a considerare ogni posizione che possa mettere in forse la sua sovranità sulla regione come una manovra esterna, volta a mirare la stessa integrità statuale cinese.
Rampini si è chiesto a questo punto – anche alla luce delle recenti rivolte scoppiate a Lhasa – se la via della non-violenza, da sempre propugnata dal Dalai Lama, oggi non possa sembrare troppo debole ai tanti tibetani che, dentro e fuori dal Tibet, non vedono maturare risultati concreti, mentre al contrario la sinizzazione del Tibet continua a ritmi sempre più accelerati.
Sia Sonam Frasi che Guenther Cologna hanno risposto di no: la non-violenza rimane sempre attuale, essa, è parte integrante della cultura tibetana e della religiosità del paese. La rivolta legata al passaggio della torcia olimpica deriva dal senso di frustrazione accumulato a causa della rigidità del governo cinese, ma non mette in discussione il carattere pacifico della lotta del popolo tibetano. “Del resto – ha ricordato il parlamentare tibetano – lo squilibrio è così grande che sarebbe una pazzia da parte nostra tentare vie violente.”
La Cina però ha portato anche lo sviluppo economico e lo stesso Dalai Lama ha espresso in più occasioni una visione molto pragmatica riguardo a questo aspetto dell’occupazione cinese. “E’ vero, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture è stato fatto molto – ha riconosciuto Sonam Frasi – ma ciò è andato a vantaggio più della Cina che dei tibetani. Le risorse del Tibet vengono usate per lo sviluppo della Cina, e la più importante di queste risorse è l’acqua.”
Guenther Cologna ha riportato il dibattito sul terreno della politica. “La Cina oggi non dovrebbe fare nessuna modifica costituzionale per riconoscere al Tibet un’ampia autonomia; del resto questa soluzione era stata prospettata dallo stesso Deng Xiaoping. La Cina oggi accetta il regime speciale di realtà come Hong Kong o Macao, pur essendo queste realtà abitate non da una popolazione diversa e distinta da quella maggioritaria in Cina ma dagli stessi cinesi Han che costituiscono il 92% della popolazione totale.” La verità dunque è un’altra: la Cina – come si è detto nelle ultime battute dell’incontro – scommette sul fattore tempo. Aspetta cioè che il Dalai Lama muoia. Sta già manovrando per pilotarne la successione: quando ciò sarà avvenuto potrebbe considerare il problema risolto.
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Il presidente della Provincia autonoma di Trento, Lorenzo Dellai, ha incontrato dopo il dibattito Sonam Frasi, deputato al parlamento tibetano in esilio.
“Abbiamo avuto più volte il piacere di ospitare sua Santità il Dalai Lama – ha detto il presidente Lorenzo Dellai accogliendo Sonam Frasi – e ci auguriamo che il modello di autonomia della nostra Provincia possa rappresentare in futuro una concreta possibilità applicabile anche al Tibet”.
“Purtroppo fino ad ora – gli ha risposto Sonam Frasi – il confronto con la Cina non ci ha ancora portato a parlare di modelli di autonomia ma certamente se applicassero anche a noi il vostro sistema autonomistico noi ne saremmo molto felici. Intanto non possiamo che ringraziare la Provincia autonoma di Trento per la grande attenzione che riserva alla causa del Tibet”.
All’incontro hanno partecipato anche Guenther Cologna, presidente dell’Associazione Italia-Tibet, il consigliere provinciale Roberto Pinter e Carlo Basani, dirigente generale del Dipartimento istruzione della Provincia autonoma di Trento.
A margine del dibattito voglio evidenziare la comeptenza e la disponibilità di Federico Rampini che si è mostrato interessato al rapporto tra l’Autonomia speciale del trentino e l’impegno delle sue istituzioni a sostegno del popolo tibetano.
Rampini ha dato la sua disponibilità nell’approfondire il modo con il quale valorizzare questa peculiarità a vantaggio di una soluzione positiva per la realtà tibetana.