C’è stato un momento nel quale sono rimasto molto deluso dal governo Prodi ed è stato quando non ha ricevuto il Dalai Lama. Qualcuno può considerare di parte questa mia valutazione rispetto ai tanti problemi dell’ Italia, eppure tutto mi aspettavo ma non sentirmi anteporre le ragioni di stato per non riconoscere il leader spirituale e politico dei tibetani.
La verità è che altri paesi, altri governi, altri leader come la Merkel o come prossimamente farà Brown, non hanno fatto prevalere gli interessi economici rispetto al dovere morale di esprimere solidarietà ad un popolo violato nei propri elementari diritti.
L’Italia che pure, con Prodi e D’Alema, aveva recuperato rispetto e protagonismo nella comunità internazionale è tornata piccola nel momento in cui ha subito i diktat del governo cinese. Certo conosciamo l’intreccio delle economie e il bisogno di ripresa ma se non si coglie il reciproco bisogno cinese di consolidare il proprio ruolo mondiale quando mai si parlerà dei diritti umani dei lavoratori e di tutte le minoranze cinesi?
Anche in questi giorni non mancano le parole di preoccupazione ma mancano parole chiare e iniziative forti. Forse gli Usa non hanno la coscienza a posto ma l’Italia può spendere qualche parola libera nelle sedi diplomatiche e nella comunità internazionale. Non mi aspetto molto da questo papa, troppo attento agli interessi della chiesa cattolica per parlare della sofferenza di una indiscussa autorità spirituale mondiale come il Dalai Lama, ma dai politici italiani mi aspetto qualcosa di più, non contro la Cina ma a favore del popolo tibetano.
Non misuro l’impegno o la solidarietà negli appelli al boicottaggio delle olimpiadi, perché anche se il Cio ha troppi interessi economici e probabilmente troppa corruzione per occuparsi dei valori umani dello sport, non ha tutti i torti quando dice che la politica non deve scaricare la propria responsabilità.
Non si fanno affari in Cina con le merci prodotte dal lavoro minorile e dallo sfruttamento senza limiti degli uomini e dell’ambiente per poi indignarsi se ci sono le olimpiadi a Pechino. Non disegniamo le Olimpiadi per qualcosa che non sono, non sono né pulite né sport.
Comprendo gli appelli al boicottaggio che sono sempre più diffusi di fronte alla feroce repressione cinese ma possiamo fare molto anche se ci saranno le Olimpiadi.
Rispetto all’indifferenza preferisco un atleta che partecipa alle olimpiadi e che guarda fuori dal villaggio olimpico per capire cosa accade, o un giornalista che segue le olimpiadi interrogandosi sul dramma del Tibet, o una bandiera del Tibet quando non te l’aspetti, come a Rovereto quando ha giocato la Cina contro la Juventus.
Occupiamo ogni spazio, ogni momento per ricordare il dramma di un popolo e per ricordare che bisogna rispettare tutti i diritti umani di tutti. E’ difficilissimo ma occorre incrinare la durezza, l’arroganza, il nazionalismo e la violenza che oggi segnano le politiche del governo cinese. Non ci sono altre strade.
A chi in questi giorni mi chiede cosa fare rispondo che in questi giorni tutti parlano del Tibet, il nostro compito era quello di parlarne ieri e sarà quello di parlarne domani, affinché i riflettori sul Tibet non si spengano mai.